Politica e pedagogia
Vabbè, Franceschini avrà anche sbagliato. Si sa che in Italia tutto si può fare tranne che toccare gli affetti familiari. I figli so’ piezz’ e core…
Ma nella sostanza ha detto una cosa sacrosanta: chi guida il paese dovrebbe dare l’esempio. O almeno provarci.
Un tempo si parlava di “politica pedagogica”, per alludere alla funzione di guida anche culturale e morale della classe dirigente. Oggi si ha paura di essere tacciati di moralismo, come se il moralismo -e non la mancanza di una solida base etica- fosse il principale problema degli italiani.
E’ successo anche in passato che la classe politica rispecchiasse non il meglio, ma il peggio del paese. E che proprio per questo avesse consenso. Ricordo quando il ministro socialdemocratico Tanassi fu inquisito per lo scandalo Lockeed in piena campagna elettorale e il suo partito uscì dalle urne con il 50% dei voti in più (per fortuna sempre pochi).
Tuttavia Berlusconi ha inaugurato un modello di politica-marketing del tutto inedito, non solo per il nostro paese ma per tutte le democrazie occidentali. Anche perchè è al tempo stesso leader politico e capo di un’industria culturale che da almeno 30 anni ha un grande rilievo nel formare l’opinione, i sentimenti, gli stili di vita degli italiani.
Ora: la tv commerciale, come ricorda sempre Fedele Confalonieri, non ha il compito di educare. D’accordo. Ma, poichè usufruisce di un bene comune -l’etere- e per di più a prezzi di assoluto favore, avrebbe almeno il dovere di non diseducare. A distanza di tre decenni, si può constatare che la tv commerciale, sciaguratamente emulata dalla RAI, ha diffuso a piene mani modelli trash, che hanno fatto molta strada nella società italiana. Nella disattenzione, o anche nel divertito snobismo, della cultura democratica di questo paese. Come se l’allegro mix di turpiloquio, gossip, emozioni facili e violenza non avessero nulla a che fare con la democrazia. Senza considerare l’immagine femminile, che cancella decenni di emancipazione.
Non che a Mediaset siano mancate in questi anni creatività e innovazione, satira e informazione; ma i contenuti di maggior diffusione e ascolto hanno avuto un’impronta ben diversa e purtroppo sono stati malamente imitati da tutti il circuito mediatico, pubblico e privato.
Un fenomeno come Vanna Marchi e come quello di tanti altri maghi e santoni di provincia non avrebbe fatto tante vittime se non si fosse innestato su un terreno così favorevole.
Ma da quando Berlusconi ha preso in mano la politica italiana, il circuito è diventato potentissimo e perverso: l’opinione pubblica, sempre più permeata da questa subcultura dell’infotainement commerciale, chiede messaggi sempre più facili e sbrigativi, emozioni sempre più a buon mercato, risposte sempre più usa e getta. I sondaggi sono diventati la bussola quotidiana, il consenso serve solo ad accumulare altro consenso. Le riforme, invocate da Marcegaglia e Draghi oltre che dall’opposizione, possono aspettare.
E il premier, sempre più in preda a disturbi parossistici da eccesso di audience, scambia Palazzo Chigi -o Grazioli , che è lo stesso- per la casa del Grande fratello, si identifica con un tronista circondato da corpi femminili, vive nel terrore di essere nominato (da Fini o dalla magistratura). E per questo vuol cambiare le regole della casa, per rimanerci a vita.
Una parabola triste, a pensarci, per lui e per tutti noi. Un delirio che non può durare, per quante televisioni e giornali possieda. I fatti sono testardi, la realtà è più tenace della finzione, e più complessa degli slogan. Questo paese sarà stato manipolato, ammaliato, sedotto, ma prima o poi si sveglia. Una mia amica dice che ti puoi innamorare di un cretino, ma poi ti passa.
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