Il coraggio delle donne in politica

Vita da gregarie: questo il titolo in prima pagina del Corriere, che commenta l’infelice uscita di Casini sulle donne in politica. L’autrice è Maria Teresa Meli, una firma importante del giornalismo parlamentare, che non solo non prende la difesa delle donne e non contesta l’accusa di “mancanza di incisività” rivolta loro dal bel Pierferdi -sarebbe troppo ovvio- ma rincara la dose, accusandole di mancare di coraggio e di accodarsi ai maschi. Insignificanti e pecorone.

Si era partiti dal velinismo, pensando: vuoi vedere che per una volta si potrà aprire una discussione sulle donne in politica, sui metodi di cooptazione, sull’uso distorto delle quote rosa e sulla degenerazione dell’immagine femminile, sulla concezione più o meno paritaria della democrazia. Si era perfino pensato: per una volta si potranno distinguere quelle serie, che fanno la gavetta, si impegnano nei territori e nel lavoro parlamentare. Quelle che hanno qualcosa da dire e non solo da mostrare. Si vedrà la differenza fra la Finocchiaro e la Brambilla, no?

E invece no: tutte uguali, tutte insignificanti, non incisive. Ergo: se ne può fare a meno, inutile sprecare i seggi. Da parte di Casini si può anche capire, in base al principio secondo cui la miglior difesa è l’attacco. L’UDC di Casini è un gruppo che ha solo due donne su 35 parlamentari. Una percentuale che neanche nel Burundi, con tutto il rispetto per il Burundi. In compenso, Buttiglione è sempre lì. Lui sì che è incisivo! 

Dunque, lasciamo perdere Casini.

Ma la Meli, perchè gli dà ragione? Perchè sferra questo attacco a poche ore dal voto, quando le donne candidate - troppo poche - si battono eroicamente per le preferenze cercando di convincere gli elettori che le assemblee elettive  per rispecchiare la società devono essere composte nella maniera più paritaria possibile?

Un attacco ambiguo e per questo più insidioso. Ci si può leggere anche una preoccupazione, un pungolo a staccarsi dal gregge, a uscire in fuga verso il traguardo. A candidarsi a ruoli di leadership. Come dire: che aspetta la Prestigiacomo ad affrancarsi da Berlusconi o magari anche solo dal PDL siciliano che non vede l’ora di cancellarla? E la Finocchiaro, perchè non si candida al congresso del PD e sta sempre nei ranghi dalemiani? Segua l’esempio di Ségolène. Insomma, si accusano le donne per incoraggiarle per spingerle avanti. Meno quote rosa e più conflitto con i maschi: questa sembra l’esortazione di fondo.

Allora, perchè ci sento un attacco “alla qualunque”? Forse perchè conosco un po’ le abitudini del “branco” dei giornalisti parlamentari, a cui l’autrice dell’articolo appartiene. Forse perchè troppe volte ho visto i taccuini aprirsi solo davanti ai leader (maschi) e i microfoni porgersi soltanto a chi spara c…te e alimenta il nauseante gossip del transatlantico. Forse perchè ho visto come rimangono invisibili i deputati seri, che stanno sempre in aula e approfondiscono le questioni e come vengono vezzeggiati dal branco i fannulloni che passano il tempo a fare battute o a fumare nel cortile di Montecitorio. Se vuoi una citazione sul giornale senza essere già un leader, devi raccontare un retroscena, insinuare un risvolto pettegolo, mettere in cattiva luce qualcuno dei tuoi. E’ un mestiere diverso da quello del legislatore. E le donne non sono portate.

Troppo leali? Forse. Troppo rispettose dei ruoli, più brave a fare squadra che a guidarla? Parliamone. Poco amanti dei riflettori? Incapaci di costruirsi come personaggi mediatici? Sono pronta ad ammettere che oggi non è un pregio. Ma non che manchino di coraggio. O che, come insinua la Meli, abbiano “un’inclinazione eccessiva per le strade più facili e più comode”, nè più nè meno delle veline.

Questo proprio no.

Se una fa le sue battaglie nelle sedi di partito piuttosto che ad uso e consumo dei giornalisti non è per amore della vita comoda. Se una pensa che lo “scontro fra prime donne” (che sono sempre uomini) non serva ad altro che a nauseare l’elettorato, non è per codardia. Se una pensa che le battaglie comuni vengano prima delle sue ambizioni personali, non è per spirito gregario. Magari si riuscisse a femminilizzare la politica nel senso di un minore sfoggio di testosterone.

In ogni caso, ben venga l’esortazione al coraggio e ben vengano più leader donne, possibilmente con il sostegno di quelle che hanno potere nei media. Ma non siamo tutte uguali e neppure la lente qualunquista di un certo giornalismo può deformare più di tanto le cose.

 

 

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