Io sostengo Franceschini. E spiego perchè

Ci sono quelli che il congresso non si doveva fare. Capisco le loro ragioni, ma era uno scenario non realistico. Quando c’è un candidato alla segreteria (Bersani) che è in campo da oltre un anno, quando perfino lo statuto reca già la data precisa del congresso (a dimostrazione della fiducia reciproca che aleggia nel PD), vi immaginate un segretario che dice di no a questo appuntamento? Che cerca di rinviare la conta prolungando il suo mandato? Sarebbe stato un attentato alla democrazia, un ‘arrogante usurpazione del potere, un abuso, eccetera eccetera. 

Ci sono quelli che il congresso si doveva fare in un altro modo. Partire dai contenuti. Definire una buona volta l’identità del PD. La sua idea di paese. Il suo progetto politico. E’ un lavoro incompiuto, anche perchè la conferenza programmatica prevista a marzo è saltata per le dimissioni edi Veltroni. Insomma, un congresso per definire “chi siamo” prima di scegliere “chi ci guida”. Cominciare dalla testa e dalle idee invece che dai nomi e dai posizionamenti.

E’ una preoccupazione che condivido, ma in politica non sempre si può scegliere la sequenza giusta. Le modalità di questo congresso purtroppo sono già scritte nel patto fondativo del PD. Ora si tratta di mettere in atto queste modalità senza limitarsi alla conta. Tenendo insieme la scelta del segretario con la definizione del progetto, insomma tener fede ai presupposti per cui si è dato vita al PD: elaborare un pensiero nuovo per un mondo nuovo. Del resto oggi, che lo vogliamo o no, la scelta del leader non è cosa diversa dalla definizione del progetto. Anche senza cadere nelle esasperazioni del leaderismo, che non appartengono al nostro campo, come si fa a non vedere che fra le persone e le idee, in ogni settore, c’è una forte identificazione?

Dunque, si voglia o no, la macchina è partita. Sta alla responsabilità di ciascuno farla andare nella direzione giusta, cercando di non dimenticare che far vincere il PD è più importante che far vincere questo o quel candidato.

Le personalità in campo finora sono tutte molto valide e presentano un profilo sufficientemente differenziato, che spero sarà ancora più chiaro quando le mozioni saranno presentate non solo a voce. Prima di decidere ho voluto ascoltare, capire, leggere.

Franceschini l’ho già visto alla prova, anche se 4 mesi non sono molti. Ha tenuto la barra dritta in circostanze molto difficili. Sia sulla laicità, sia sulla collocazione europea, che sembravano i terreni più scivolosi, ha salvaguardato l’identità del partito. Ha incalzato Berlusconi avanzando ogni giorno una proposta per fronteggiare l’emergenza economico-sociale.

Non posso dire che il video con cui ha annunciato la sua candidatura mi sia piaciuto. Tuttavia, anch’io non voglio tornare all’incubo quotidiano dello scontro fraticida a sinistra. All’album di famiglia, agli ex “compagni” che trovano più gusto a scontrarsi fra loro che con gli avversari, all’intreccio psicoanalitico dei caratteri, al castello dei destini incrociati, ecc…

Insomma, non voglio tornare a prima. Inteso come metodo, non come persone. Le persone sono tutte degnissime di rispetto e di ammirazione. Ma evidentemente incapaci di fare squadra. E senza la squadra non si vince.

Mi pare che nel gesto di Fassino di appoggiare Franceschini “senza se e senza ma” ci sia questa consapevolezza. Che bisogna guardare avanti. Che bisogna resistere a un riflesso identitario, facile a scattare di fronte alle delusioni e agli insuccessi. Che non si deve cedere alla tentazione di rimetterci le vecchie casacche di ex. Che Franceschini è un dirigente politico solido -non un esperimento- ma al tempo stesso può traghettarci meglio di altri verso il nuovo. Un nuovo che non è necessariamente da inventare, magari è solo da valorizzare, da far crescere: fra i dirigenti locali, gli amministratori, i coordinatori dei circoli, nel mondo largo che ha creduto alla promessa del PD.

Ma il nuovo -di cui la politica italiana ha bisogno come il pane- non si deve cercare solo nel personale politico. Sono da rinnovare sopratutto le  coordinate culturali. Questa è la vera scommessa. Tanto più pressante quando il bisogno di un’alternativa al berlusconismo è divenuto urgente.

Se i partiti socialisti perdono in tutta Europa, è perchè gli elettori non li sentono adeguati alle sfide della modernità. Il massiccio fenomeno migratorio, la globalizzazione dei mercati, la crisi finanziaria e sociale, sono un mix altamente tossico per le democrazie europee. Alimentano le paure, le chiusure, i localismi. C’è una “guerra fra poveri” che colpisce sopratutto l’elettorato progressista e favorisce la destra xenofoba. Per trovare risposte non regressive bisogna prima di tutto capire le domande. Occorre capire i bisogni di rassicurazione e di sicurezza senza guardarli dall’alto in basso, senza lasciare le paure e le inquietudini in balia del pensiero sbrigativo della destra. Di fronte al declino culturale che è particolarmente evidente nel nostro paese, bisogna tornare a una politica pedagogica e di valori, senza rincorrere la destra sul suo terreno. Ma bisogna anche avere l’umiltà di aggiornare il nostro modo di leggere la società, i nostri strumenti, il nostro linguaggio. E’ una sfida che richiede tempo e strumenti chiari.

Quello che ci serve adesso è un buon caposquadra. Che abbia voglia e pazienza di costruire il partito, non un insieme di correnti. Sarebbe bello se tutti i candidati alla segreteria e anche i loro supporters si impegnassero a sciogliere le correnti. A versare al partito le risorse che alimentano le correnti, a dedicare al partito il tempo e le energie che sono impegnate nelle fondazioni, le associazioni, le televisioni, e chi più ne ha più ne metta. 

Come si fa a non capire che è questo modo di essere del PD che alimenta l’antipolitica e il nuovismo? E come si fa a non capire che le primarie sono il rimedio, magari da correggere, non il male? Non è per le primarie che perdiamo le città. Semmai è per l’autoreferenzialità dei gruppi dirigenti. Al contrario, le primarie hanno avvicinato tanta gente che non si sarebbe mai accostata alla politica.  Hanno incanalato una domanda di partecipazione che sarebbe un delitto scoraggiare.

Io non ho nostalgia per i vecchi modelli organizzativi. Hanno funzionato per molto tempo, ma non avrebbero retto oggi. Ricordiamoci le riunioni sempre più sparute e incanutite dei partiti da cui veniamo. Franceschini sulla forma partito ha detto cose molto chiare. Che non ci fanno tornare indietro.

Insomma:  mi sembra che Dario sia la persona giusta per fare tutto questo. Senza troppi condizionamenti, ricatti,complessi ideologici o postideologici.  Mi sembra uno lineare, che parla chiaro.  Che va dritto al cuore del problema. Un politico, non un tecnico. Che però sa rispettare le competenze.

E’ molto importante che sia appoggiato non solo da coloro che vengono dalla Margherita. Il meticciato è la sfida del PD, il crogiuolo da cui nasce l’innovazione. Anche per questo sostengo Franceschini. Da cui mi aspetto che sappia rompere i potentati, che scompagini le squadre, che metta la parola fine alla gestione stile gruppo di amici (anche i suoi), alla cooptazione dei gruppi dirigenti non fondata sul merito. Il merito è l’unica porta di ingresso per i giovani, l’unico messaggio che può rendere attraente la politica per le ragazze e i ragazzi di domani.

Cerchiamo di fare un bel congresso, con più contenuti e meno veleni dell’esordio. Non contro qualcuno, ma per. Un congresso che ci restituisca l’orgoglio e l’entusiasmo di far parte di un progetto. Un congresso che valga la pena di fare.

 

 

 

 

 

 

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1 commento a “Io sostengo Franceschini. E spiego perchè”

  1. vumabydibe Says:

    vumabydibe

    bhabhi ki chudai

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