Il mio pensiero sulla sconfitta di Prato
A Prato, un mese dopo la batosta elettorale. Sono stati giorni di grande amarezza e di riflessione sulle cause della sconfitta.
Perdere la città dopo 63 anni di governi di sinistra e di centrosinistra non è uno scherzo. Siamo diventati un caso nazionale, il fiore all’occhiello della destra e quasi un balsamo per Berlusconi, in un momento in cui la sua immagine è gravemente deteriorata.
E’ una fase che richiede grande senso di responsabilità e di equilibrio.
Non un “rompete le righe” o un messaggio di dolorosa rassegnazione, al contrario la reazione intelligente di un gruppo dirigente che vuol guardare negli occhi, senza sconti, le cause di quanto è accaduto. A cominciare dai propri limiti ed errori. E di trarne le conseguenze.
La sconfitta va innanzitutto “pesata”, nelle sue dimensioni quantitative e qualitative. Nella sua dinamica e nella sua cronologia.
Il dato insolito è che a Prato, a differenza di quanto è accaduto in altre città, si è perso al ballottaggio. Il che significa che si è perso nel nostro elettorato, al secondo turno in maniera più netta che al primo: 5000 voti in meno.
Chi sono?
Elettori PD che non si riconoscevano nel candidato? Elettori PD che ce l’avevano col partito? Elettori di Rifondazione che hanno preferito far vincere gli avversari? Elettori di Di Pietro in cerca di identità? Una analisi più approfondita dei flussi ci aiuterà forse a rispondere. Quel che è certo è che non ha vinto la destra, abbiamo perso noi.
E’ come se i nostri elettori al primo turno ci avessero voluto dare un timido avvertimento, e poi si fossero rafforzati nelle loro convinzioni negative gli ultimi dieci giorni. E’ come se, una volta preso il coraggio di uscire dalla consuetudine, si fossero sentiti tutt’altro che pentiti, al contrario rinfrancati, più sicuri di sé. Della propria volontà di cambiare. Non perché siano diventati di destra. Ma per delusione, per punirci dei nostri errori, per lontananza. Per la disperazione di non vederci in grado di risolvere le loro difficoltà quotidiane.
Quando si perde per 1500 voti, conta anche un singolo errore.
Almeno quelli più evidenti vanno analizzati, senza ulteriori spinte autodistruttive, ma con lo spirito di chi vuole imparare da un insuccesso, senza consolarsi attribuendolo al “destino cinico e baro”.
Ora: molti dicono che la sconfitta viene da lontano. E’ senz’altro vero. Basta guardare i dati storici per cogliere la progressiva erosione del consenso, gli avvertimenti, gli scricchiolii che, un’elezione dopo l’altra, avrebbero dovuto darci una scossa molto tempo fa.
Altri fanno bene a ricordare che non si è perso solo per i problemi locali. Anche questo è vero: il PD nazionale è stato una gran delusione, basti pensare a quanti pratesi che parteciparono alle primarie di Veltroni ci siamo persi per strada. Ma non vorrei che tutti questi ragionamenti ci servissero per spostare il tiro in un “altrove” in cui le responsabilità si sbiadiscono e si annacquano fino al punto di non distinguersi più.
Che si rischiasse di perdere Prato lo sapevamo. Il famoso sondaggio commissionato dalla segreteria regionale che è servito a non ricandidare Romagnoli e Logli parlava di una distanza fra centro-sinistra e centro-destra molto accorciata, un punto e mezzo soltanto a nostro favore.
Ma evidentemente i rimedi hanno solo aggravato la situazione, dato che ha vinto la destra con oltre 2 punti di vantaggio.
Ci siamo concessi troppi lussi. A cominciare dalla scelta, rischiosissima, oltre che ingiusta per le persone, di autocertificare platealmente il fallimento di due intere giunte, accendendo noi stessi i riflettori sui limiti dell’esperienza precedente e azzerando anche i risultati positivi di 5 anni di governo locale. In tutta la campagna elettorale si è sofferto il peso di questa ambiguità: non eravamo né quelli della continuità né quelli del cambiamento. Avendo scelto la “scossa”, non si poteva rivendicare il buon governo. Ma d’altra parte, poiché quella scelta non era stata condivisa nel partito, -lo hanno dimostrato le primarie-, non si poteva neppure prendere le distanze in modo netto dalla gestione precedente. Lo dimostra il fatto che diversi assessori erano candidati nelle liste. Insomma, come spesso ci accade, siamo stati quelli del né né. Un pasticcio.
Poi, ci siamo concessi non pochi lussi sulle alleanze. In tutta Italia, molte situazioni in bilico si sono risolte a favore del centro-sinistra grazie all’accordo con l’UDC. Al contrario, qui non si è neppure tentato il dialogo. C’è stato un mese di tempo, dopo le primarie, quando la destra non aveva ancora un candidato, in cui si poteva –anzi si doveva- prendere l’iniziativa. Ma non lo abbiamo fatto.
Non credo che vi sia contraddizione fra l’idea del partito maggioritario –che per me vuol dire no all’armata Brancaleone che governa il paese- e una politica intelligente di alleanze a livello locale. Ovviamente, sulla base di programmi chiari.
Invece a Prato prima si è perso per strada un assessore, poi si è rinunciato al dialogo con l’UDC, poi si è detto no a Taiti, infine al ballottaggio si è detto “ni” a Rifondazione. Troppi lussi per un partito in crisi che gioca la sua sfida più difficile in una delle città più in crisi d’Italia.
Non considero fra gli errori la scelta delle primarie, al contrario penso che abbia rivitalizzato e coinvolto tante energie positive, che abbia portato a una salutare dialettica democratica e catalizzato l’attenzione e le aspettative di tanti. Noi avevamo in Massimo Carlesi un buon candidato, appassionato, paziente, profondo conoscitore del tessuto sociale della città, un uomo al servizio della politica. Avevamo anche un buon programma, pieno di idee suggestive.
E sinceramente non penso neppure che vi siano state diserzioni significative. Dopo una certa diffidenza iniziale, ho visto abbastanza superate, o almeno accantonate, le divisioni. Tutti hanno capito che la posta in gioco era altissima. Non c’era una gran regia, ma ciascuno ha fatto la sua parte come ha potuto.
La verità è che, per quanti errori si possano evidenziare, ci siamo trovati di fronte ostacoli difficili da spianare nell’arco di pochi mesi.
Alcune parole sintetizzano questi ostacoli, parole che gli elettori ci hanno ripetuto in ogni loro declinazione. La prima parola è: lavoro. La seconda è: immigrazione. Le due grandi questioni, i due grandi problemi intrecciati fra loro, che troppi pratesi vedono uniti in un nesso di causa-effetto.
In queste settimane si è molto parlato della legge regionale sull’immigrazione e dei valori che la ispirano. Ma al piccolo imprenditore, che ha dovuto chiudere la roccatura perché stretto fra gli studi di settore e il mutuo con la banca e vede il concorrente cinese che non paga le tasse e viaggia con la BMW: come si fa a parlargli di valori? E all’anziano che assiste allo stravolgimento del suo quartiere, in cui in pochissimi anni sono cambiate le facce, le scritte, gli odori, i ritmi di vita, deve subire un ambiente degradato e chiama questo disagio genericamente “sicurezza”: è difficile fargli la lezione sui valori.
E’ vero che la politica non può dipendere dai sondaggi, deve guidare e non seguire l’opinione pubblica, deve tornare ad essere pedagogica. Un tempo si diceva “educare il popolo”.
Ma, prima, il popolo bisogna capirlo. Altrimenti si lascia ondeggiare verso chi lo blandisce e specula sul disagio. Si regala alla destra, o magari si consegna direttamente al pensiero sbrigativo e xenofobo della Lega, come è avvenuto nei nostri quartieri popolari, o nel centro storico. Il sociologo Aldo Bonomi ha studiato questi fenomeni a proposito del nord-est in un saggio intitolato “Il Rancore”, che è molto utile leggere.
Insomma, ci siamo trovati ad affrontare, noi democratici, il dramma di una città che si vede impoverire a vista d’occhio, capisce che il suo modello produttivo è in ginocchio e al tempo stesso è stravolta da un’immigrazione abnorme per quantità e qualità. Non c’era un manuale già scritto. Noi siamo un avamposto, insieme a pochi altri. Ad esempio, si è perso anche a Sassuolo, il distretto della ceramica dove l’arrivo degli immigrati è stato direttamente proporzionale alla perdita di posti di lavoro.
E’ una vera e propria crisi di identità. La destra ha raffazzonato una sorta di operazione nostalgia, il ritorno al cardato come all’ “Età dell’oro” di Edoardo Nesi. La festa del cocomero e la rivista del Buzzi come riappropriazione della pratesità. Sono simboli ingenui e passatisti, ma parlano a molte persone.
Noi evidentemente non siamo stati chiari sulla nostra idea di città. Sul suo futuro, sul suo assetto urbanistico, sulle funzioni che vogliamo incoraggiare. Su come difendere il manifatturiero e al tempo stesso rilanciare sul terreno della modernità e dell’innovazione. E neppure sulla nostra idea di convivenza, in cui il PD oscilla fra il muro di Zanonato e l’accoglienza della Caritas.
Poi, 10.000 posti di lavoro perduti nel distretto tessile hanno cambiato profondamente la composizione sociale della città. Quando si esce dalla fabbrica ci si allontana dal proprio mondo di riferimento, dal sindacato, dal partito. Si torna ad essere individui soli e non ceto sociale, si dà più importanza alle piccole cose che ci riguardano da vicino. Anche le buche per strada, i sensi unici cambiati o gli alberi da potare diventano più importanti. La dimensione micro, delle cose quotidiane che non funzionano o che potrebbero funzionare meglio, è una dose aggiuntiva, e perciò insopportabile, di infelicità.
Dietro questo risentimento, oltre alle due grandi questioni del lavoro e dell’immigrazione, c’è un terzo fattore che riguarda da vicino il modo di essere della politica e del PD.
Molti ce lo hanno detto chiaro: dovete cambiare. Non solo a Roma, ma anche a Prato. Abbiamo sentito l’insofferenza di chi ogni giorno fa dei sacrifici nei confronti del ceto politico, di un gruppo dirigente che è considerato troppo autoreferenziale, sempre lo stesso, troppo legato ai posti, ai ruoli istituzionali, ai consigli di amministrazione, poco propenso ad ascoltare. E i nostri elettori sono i più severi.
Questo atteggiamento è solo frutto di un veleno culturale sparso a piene mani dal qualunquismo e dall’antipolitica di professione o trova qualche fondamento nella realtà del centro-sinistra pratese?
E’ una domanda che può far male, che può apparire tardiva ora che gli elettori hanno “licenziato” molti di noi. Ma se si pensasse di rilanciare l’iniziativa politica a Prato senza tener conto di questo messaggio sarebbe un errore imperdonabile.
I pratesi ci hanno detto: cambiamento. Guai se non se ne tenesse conto. Nell’elaborazione politica, nelle proposte e anche negli assetti. Nessuna organizzazione al mondo può reagire a una sconfitta facendo finta che non sia successo niente. E’ un senso di responsabilità che riguarda tutti, ciascuno a seconda dei ruoli. Per questo va grandemente apprezzata la decisione di Benedetta Squittieri di dimettersi dalla Segreteria provinciale, che ha il merito di aprire la strada al cambiamento necessario.
Il PD è il maggior partito della città. Ci sono i consiglieri eletti, tre presidenti di circoscrizione, il Presidente della Provincia e la sua giunta. Sono tutti punti di forza da cui ripartire.
E poi, i Circoli. Una rete straordinaria da rafforzare, da rendere più viva e aperta in modo permanente. Con energie nuove, di giovani e meno giovani, che hanno aderito al PD senza precedenti appartenenze. Non c’è da inventare molto, ma bisogna saper riconoscere e valorizzare le energie che ci sono, usando il merito come unico criterio e senza giochi di corrente o di gruppo.
Insomma, la delusione è ancora cocente. Ma bisogna cominciare al più presto un nuovo percorso, per rafforzare il PD e riportarlo a vincere. A Roma e a Prato.
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