Il progetto. I 10 punti
Democratici di Sinistra
Verso il programma dell’Unione
10 punti per l’Italia digitale
Pubblica Amministrazione, imprese e cittadini
nella Società dell’Informazione
1. Cultura e capitale umano: il sapere digitale
a) Il ruolo della scuola
La rivoluzione digitale può produrre un vero rinnovamento solo se è accompagnata dallo sviluppo del capitale umano.
Per questo è fondamentale il ruolo del sistema formativo (scuola, formazione, università ), ma secondo paradigmi più complessi di quelli del governo “delle 3 I�.
Gli incentivi al consumo di tecnologie (PC per gli studenti e gli insegnanti) hanno avuto grande importanza nella prima fase dell’introduzione delle nuove tecnologie.
Il fatto che vi siano i computer nelle scuole è una condizione ovvia, che peraltro non si è ancora realizzata. Ma il computer non è solo un mezzo per imparare le medesime cose, magari in modo diverso; offre l’accesso a un nuovo modello cognitivo, basato sulla simulazione dell’esperienza, può favorire l’apprendimento induttivo, può dare slancio all’intelligenza creativa dei bambini e dei giovani formando nuove generazioni che sappiano guidare l’innovazione con l’apertura e la flessibilità necessarie.
Oggi si assiste a una grande distanza fra la vita dei ragazzi fuori della scuola (in famiglia, nei rapporti sociali, nel tempo libero), che è pervasa dalle tecnologie, e il contesto formativo, che rimane rigidamente formale senza inglobare neanche una piccola parte delle potenzialità del sapere digitale. E senza utilizzare neppure le opportunità di integrazione scuola-famiglia e scuola-territorio che la Rete rende disponibili. Nella riforma della scuola realizzata dalla destra non c’è stata la minima idea di colmare questo spreco, al contrario si è affermata una concezione “dualistica�, con la separazione del sapere dal saper fare, che di fatto depotenzia il sapere tecnologico –vecchio e nuovo- in tutti i percorsi di istruzione.
Per modificare questo impianto culturale, noi proponiamo di:
§ Coinvolgere gli insegnanti (nel percorso universitario e in servizio) in un progetto capillare di formazione alle tecnologie della Rete, per aiutarli ad utilizzare le ICT, contaminando le modalità di trasmissione di contenuti, in tutti i processi formativi ;
§ Incentivare la ricerca e la produzione di contenuti digitali per l’insegnamento e l’apprendimento;
§ Promuovere un progetto sperimentale che metta insieme università , scuola, formazione professionale e formazione a distanza, ad esempio sul modello britannico della Open University.
b) Le competenze professionali.
Di fronte all’investimento sul sapere specialistico dei grandi paesi emergenti (Cina, India) e anche di molti paesi europei, l’Italia deve assumere un impegno straordinario per colmare il proprio deficit nella formazione di nuove competenze per la società dell’informazione (e-skills). La diminuzione degli addetti nelle imprese ICT e la delusione di tanti giovani che, nonostante le promesse della new economy, si trovano a fare un lavoro precario e poco remunerato rischia di ridurre, anziché aumentare, il capitale umano disponibile.
Per questo occorre recepire pienamente le raccomandazioni UE (e-skills Forum, marzo 2005, www.eu.int/comm/enterprise/ict/policy/ict-skills.htm) attraverso un Piano per le competenze digitali, che si proponga alcune priorità :
§ favorire l’ingresso nella Pubblica Amministrazione di competenze non solo giuridico-formali e di giovani laureati in discipline tecniche e informatiche, e incoraggiare la formazione continua degli occupati;
§ liberalizzare l’accesso alle professioni ICT, superando le attuali barriere ordinistiche: basti pensare che una circolare del MIUR ha riservato l’albo degli informatici ai soli ingegneri, tagliando fuori circa 25.000 laureati in Informatica e in Scienze dell’informazione;
§ introdurre e premiare negli appalti pubblici ICT la “responsabilità di generare competenze� per le imprese partecipanti;
§ incoraggiare il distacco temporaneo di giovani dall’università e dalla ricerca presso le imprese, come “facilitatori dell’innovazione�.
c) L’alfabetizzazione dei cittadini
Nella società della conoscenza, poter accedere alle informazioni e ai servizi forniti attraverso le tecnologie della Rete è un diritto universale e deve essere esercitato da tutti e da ciascuno in condizioni di parità .
Gli utenti di Internet sono notevolmente cresciuti negli ultimi 4 anni, passando da 9,4 milioni del 2000 a 19 milioni nel 2004. Tuttavia, permangono troppi divari digitali che si sommano alle vecchie diseguaglianze: un divario territoriale, che è più frastagliato del tradizionale confine Nord-Sud; un divario generazionale; un divario di genere, che pure si sta assottigliando nelle giovani generazioni; un divario enorme per i diversamente abili, che occorre colmare con la piena attuazione dell’accessibilità agli strumenti della rete.
In particolare, non usano affatto Internet l’84,4% delle casalinghe, 83,1% dei pensionati e l’83,8% di chi non ha un titolo di studio.
Ben sapendo che lo sviluppo dei servizi on line è l’incentivo più efficace, occorre anche intensificare gli sforzi verso alcune priorità :
§ espandere e istituzionalizzare le iniziative rivolte all’alfabetizzazione dei cittadini;
§ introdurre la Carta di credito formativa per lo sviluppo delle competenze ICT, riservata a fasce di cittadini che si trovano in fase di inserimento nel lavoro o in situazioni sociali a rischio di esclusione;
§ applicare pienamente la legge per l’accessibilità dei disabili alle risorse informatiche, introducendo meccanismi sanzionatori ed estendendo l’obbligatorietà del rispetto degli standard del W3C alle banche dati private.
2. Le infrastrutture
La società dell’informazione è una costruzione complessa, dipende da un insieme di fattori che coinvolgono la Pubblica Amministrazione, il sistema formativo, la ricerca, le famiglie e i cittadini: tuttavia, nessuno di questi fattori può essere incentivato in maniera efficace se non si rimuove l’ostacolo rappresentato dalla scarsa e disomogenea copertura territoriale delle tecnologie di Banda Larga.
La diffusione della banda larga, che l’Unione Europea definisce come “servizio universale�, in Italia è una rete con troppi buchi.
Gli investimenti privati nella realizzazione di infrastrutture di fibra ottica, dopo un iniziale entusiasmo riferibile agli anni 1998-2001, hanno visto un sensibile ridimensionamento e si sono indirizzati prevalentemente nelle tratte a lunga distanza e nelle più importanti aree metropolitane.
Quasi il 50% di fibre risulta posata nelle Regioni settentrionali e i valori medi di densità della stessa per superficie sono doppi nelle Regioni settentrionali rispetto a quelle del Mezzogiorno.
Le Regioni con più alta densità di fibra sono Lazio, Lombardia e Liguria, mentre quelle con valori più bassi sono Basilicata, Sardegna, Molise. Perfino nell’area del nord-est il ritardo delle iniziative è sensibile, soprattutto se comparato con la situazione di paesi concorrenti, come la Germania, che per prima ha avviato la liberalizzazione del mercato TLC.
Solo le città capoluogo di provincia e circa 200 comuni non capoluogo sono raggiunti dalle grandi dorsali. Le altre aree del paese sono scoperte o sono servite dalla tecnologia ADSL di Telecom, che del resto copre solo il 76% del territorio nazionale, con uno standard di qualità già insufficiente per aprire il mercato dei servizi avanzati (e-learning, telemedicina, videoconferenza, business, ecc…) e costi per gli utenti mediamente superiori a quelli degli altri paesi europei.
Ciò significa che senza una forte azione pubblica di riequilibrio e di rimozione degli ostacoli, dieci milioni di italiani residenti in piccoli centri e comunità montane sono destinati ad essere esclusi dall’utilizzo delle infrastrutture digitali di base.
E perfino le istituzioni locali rimangono ai margini dello sviluppo: basti pensare che, secondo i dati del Governo, solo il 52% dei Comuni italiani risulta abbonato all’ADSL, a dispetto del “Codice per l’amministrazione digitale�!
Al rallentatore anche lo sviluppo delle tecnologie “senza fili� (Wi-Fi, Wi-Max, ecc), che potrebbero superare il collo di bottiglia rappresentato dal monopolio Telecom sull’ “Ultimo miglio�. I ministri Gasparri prima e Landolfi poi hanno bloccato per anni la diffusione del wireless nascondendosi dietro l‘indisponibilità delle frequenze e la necessità di sperimentare tecnologie che nel resto del mondo sono da anni uno standard commerciale consolidato.
Con la costituzione della Società Infratel il Governo ha inteso dare una risposta al divario infrastrutturale, ma non sono mancate difficoltà e incoerenze: prima si sono finalizzati gli interventi alle sole Regioni del Sud, poi si è allargato l’obiettivo a tutte le aree marginali e disagiate del paese, ma le risorse, invece di aumentare sono diminuite sensibilmente con l’ultima legge finanziaria. In ogni caso, non risulta ancora nessun progetto completato.
È indispensabile un nuovo Piano nazionale delle infrastrutture digitali, a partire dalla programmazione delle Regioni, alcune delle quali stanno già dettando gli indirizzi per i loro territori.
Strumento indispensabile del Piano è il censimento delle infrastrutture, con particolare attenzione alla mappa delle esclusioni, che talora è molto frastagliata: può accadere che nel medesimo distretto industriale alcune imprese non siano raggiunte dall’ADSL.
Il Piano deve essere corredato da precisi indirizzi di politica industriale, soprattutto volti a superare le strozzature e le insufficienze del mercato. Le policy saranno finalizzate prioritariamente alle esigenze della Pubblica Amministrazione; delle comunità locali caratterizzate da una insufficiente disponibilità di infrastrutture di accesso; delle aree contraddistinte da una bassa densità abitativa o da vincoli morfologici del territorio o dall’assenza di condizioni economiche favorevoli. L’obiettivo di legislatura è la copertura di tutto il territorio nazionale, per contrastare il digital divide territoriale in tutte quelle aree dove l’investimento da parte dei gestori è considerato poco remunerativo.
Possiamo già indicare alcune azioni prioritarie, su cui abbiamo presentato una proposta di legge organica:
§ Incentivare l’aggregazione della domanda, pubblica e privata, favorendo la costituzione di consorzi territoriali ;
§ Utilizzare la leva fiscale per sostenere gli investimenti nelle infrastrutture di banda larga da parte di reti integrate di imprese;
§ Promuovere iniziative da parte degli Enti Locali per sviluppare infrastrutture che possono essere usate in modo non discriminatorio (open access) da tutti gli operatori per offrire i propri servizi di banda larga;
§ Liberalizzare completamente l’uso delle tecnologie senza fili per superare l’ostacolo dell’ “ultimo miglio�.
L’Italia soffre di un enorme ritardo nelle infrastrutture materiali; non può accadere che, per insufficiente concorrenza del mercato e per la propensione agli investimenti a basso rischio, si debba rinunciare ad un sistema avanzato e capillare di accesso alle reti immateriali.
3. L’e-government per la semplificazione
Perché la Pubblica Amministrazione non sia parte del problema Italia, è indispensabile concepire l’e-government come fattore di radicale semplificazione amministrativa.
Sugli obiettivi dell’e-government il governo Berlusconi aveva ereditato un piano organico di intervento, quello del ministro Bassanini, e una cospicua dote per realizzarlo: 800 miliardi di vecchie lire dalla vendita delle licenze UMTS.
A distanza di 5 anni non è possibile occultare la modestia dei risultati: su 134 progetti approvati a seguito del primo bando, solo 23 risultano aver concluso le attività previste, e i servizi disponibili ai cittadini e alle imprese sono solo il 32% di quelli progettati . Lo stesso CNIPA ammette un “ritardo consistente, che ha ormai superato il 50% della durata prevista� !
Vengono al pettine i nodi da noi più volte denunciati: è stato un errore aver disperso le risorse a pioggia, privilegiando iniziative locali anziché di sistema, di front-office anziché di struttura, talora ripetitive e prive di un elevato contenuto di innovazione sociale.
Gli Enti Locali, e in particolare i Comuni, sono stati il traino dell’innovazione, per oltre 10 anni: basti pensare allo sviluppo impetuoso delle Reti telematiche, guidato dalle città di medie dimensioni. Oggi il sistema degli Enti Locali è piegato dai tagli alla spesa pubblica, l’investimento tecnologico appare un lusso, i piccoli comuni non dispongono delle competenze adeguate. In queste condizioni, è perfino difficile partecipare ai Bandi nazionali e, quando si partecipa, non si ha la forza di tradurre i progetti in innovazione pervasiva e duratura.
La disponibilità di servizi on line è indubbiamente cresciuta, anche se in modo disomogeneo sul piano della quantità e della qualità , ma l’intensità d’uso da parte dei cittadini è generalmente molto scarsa.
Quanto alla P.A. centrale, vi è stata una diminuzione della spesa informatica di oltre il 12% nell’ultimo biennio, soprattutto concentrata su alcuni ministeri (ad esempio il Ministero della Giustizia e il MEF), che, al contrario, dovrebbero fare delle tecnologie IT uno strumento strategico.
Ma il vero problema è che la leva tecnologica non ha raggiunto gli obiettivi più importanti per l’innovazione della P.A., ovvero la semplificazione amministrativa e il cambiamento dei processi interni (back office), in mancanza dei quali si ottiene solo un effetto cosmetico, e addirittura si rischia di informatizzare la burocrazia.
La mancanza di dialogo fra i Dipartimenti della Funzione Pubblica e dell’Innovazione e l’involuzione culturale che ha subito il settore della P.A., con la caduta di qualunque tensione riformatrice, ha molto limitato la portata del disegno di e-government. Per cinque anni la vera priorità è stata lo spoil system, non la qualità dei servizi.
Alcuni progetti sono stati bloccati dal conflitto fra ministeri. La situazione più paradossale si è determinata con la babele degli strumenti di identificazione in rete. Mentre il Ministero degli Interno puntava sulla Carta di identità elettronica (CIE), il ministro Stanca ha investito 70 milioni di euro per la Carta Nazionale dei servizi e la Sanità ha realizzato il progetto della Tessera Sanitaria: il risultato è che non abbiamo nessuno strumento davvero efficace e soprattutto manca la rete dei servizi, senza i quali le carte sono inutili pezzi di plastica.
Riguardo all’infrastruttura pubblica di rete, si assiste ad una mancanza di coordinamento evidente: CNIPA e Consip hanno emesso due bandi in contemporarenea per lo stesso importo e lo stesso oggetto (il Sistema Pubblico di Connettività ), in uno scenario tecnologico in cui lo sviluppo della Internet italiana rende opinabile la scelta di così ingenti investimenti (un miliardo e 200 milioni di euro) su una rete dedicata per la sola P.A.
Occorre redigere un nuovo Piano di e-government, condiviso fra tutti i livelli di governo, che finalizzi le risorse pubbliche verso due obiettivi prioritari:
§ migliorare l’efficienza interna di ogni singola Amministrazione;
§ garantire la completa integrazione tra i servizi delle varie Amministrazioni fra loro e nei confronti degli utenti, imprese o cittadini.
Le riforme del centro-sinistra hanno individuato nello “Sportello unico� e nel modello fiscale “Unico� gli strumenti per rendere più facile la vita delle imprese e dei contribuenti. Oggi occorre fare un passo avanti, che le tecnologie rendono possibile nell’arco di una legislatura:
§ occorre realizzare il “procedimento unico� attraverso un Sistema informatico unitario.
Il nostro progetto, attuabile con adeguate policy organizzative e gestionali nell’arco della legislatura, è quello di abbattere le barriere fra le Pubbliche Amministrazioni, consentendo l’accesso vicendevole alle banche dati digitali che riguardano i procedimenti, senza vincoli di sorta se non il rispetto più rigoroso della privacy delle persone. Bisogna ricordare che i dati (anagrafici, tributari, catastali, ecc…) non sono di proprietà delle Amministrazioni, ma dei cittadini e delle imprese e devono essere disponibili nel loro interesse. E bisogna anche ricordare che lo scambio di informazioni per via telematica fra Amministrazioni diverse, senza richiederle ai cittadini, è già sancito dalla legge. Noi proponiamo di concentrare le risorse pubbliche su un grande “piano di condivisione degli archivi e delle informazioni fra le Amministrazioni�, attraverso l’interoperabilità e la cooperazione applicativa, che, per quanto riguarda i servizi ai cittadini, faccia davvero del Comune il terminale di tutta la P.A.
Perché i dati e i procedimenti siano scambiabili, occorre lavorare sulla definizione degli standard e perfino sulla semantica (“ontologie�) dei dati e dei servizi digitali: se un Comune parla di “domicilio� e un altro di “residenza�, per dialogare in automatico, devono capirsi fra loro.
Il risultato sarà un’enorme modernizzazione per l’intero sistema.
Alcuni esempi, proiettati al 2011
Una persona si trasferisce da una città ad un’altra: si identifica presso un qualsiasi sportello di front office per ottenere tutti gli effetti conseguenti: allacciamento, o subentro, Enel, gas e acqua, iscrizione all’anagrafe del nuovo Comune, accesso ai servizi scolastici, sanitari, ecc….
Un’impresa deve richiedere un ampliamento di attività o fare un’assunzione o partecipare ad un bando di gara, basta rivolgersi anche per via telematica ad un unico ufficio di front office per svolgere tutti gli adempimenti necessari e avere le risposte in tempi molto brevi.
L’Italia digitale è un paese in cui tutti pagano le tasse senza burocrazia: integrando i sistemi delle principali anagrafi finanziarie (dati reddituali, previdenziali e assicurativi), i dati sulle proprietà immobiliari (catasto) e le informazioni sui tributi non erariali (ICI e tasse auto), è possibile promuovere una maggiore lealtà fiscale e arrivare a una “Nuova dichiarazione unificata�, contenente una sintesi annuale della situazione economica, fiscale e contributiva di ogni cittadino a cui viene comunicata la dichiarazione già precompilata e predisposta per i pagamenti in rete.
4. L’e-government per la trasparenza e il controllo della spesa pubblica
Il valore della trasparenza è un requisito fondamentale per la competitività di un paese.
In Italia la legge 241/90, meglio nota come “legge sulla trasparenza�, è stata la pietra angolare dell’innovazione nella Pubblica Amministrazione, ma, a distanza di 15 anni, è ancora largamente inapplicata o tutt’al più applicata in modo formale e burocratico. L’Italia digitale può fare della trasparenza una leva fondamentale per l’etica pubblica e l’efficienza amministrativa, attuando concretamente gli obiettivi della L. 241:
§ Diritto di accesso agli atti. La qualità informativa dei siti pubblici è una priorità da cui non si può più prescindere. Occorre definire i Livelli minimi di trasparenza delle pagine web, perché non siano solo una vetrina, ma un grande fattore di partecipazione e di controllo.
Alcuni esempi, proiettati al 2011
Ogni cittadino, in qualunque luogo risieda, può consultare, attraverso Internet, le regole di svolgimento di tutti i concorsi pubblici, quelle per la formazione delle graduatorie per l’accesso al nido comunale o per l’assegnazione della casa.
Ogni professionista può accedere all’iter delle pratiche edilizie.
Ogni impresa può consultare gli Albi dei fornitori della Pubblica Amministrazione e i Bandi di gara, Disciplinari delle procedure di acquisto.
Il registro nominativo degli incarichi e delle consulenze, corredato dalle motivazioni e dai costi, non viene solo inviato alla Funzione Pubblica, ma aggiornato due volte all’anno sul sito dell’amministrazione: l’effetto di deterrenza sugli abusi e sugli sprechi sarà molto maggiore di tanti regolamenti.
§ Controllo dei tempi. La gestione informatizzata dei flussi procedimentali (workflow) consente un continuo monitoraggio dei tempi, che va reso obbligatorio per tutte le Amministrazioni, e assegna al sistema (Controllo di gestione, Nucleo di valutazione) gli strumenti per la misurazione dei risultati raggiunti da parte dei dirigenti e dei responsabili del procedimento. Una PA costantemente misurabile anche in termini di tempi è uno straordinario fattore di sviluppo e di equità . Inoltre, la tracciabilità dei processi può meglio realizzare il principio della responsabilità dei funzionari pubblici.
§ Partecipazione. La partecipazione dei cittadini al processo decisionale e all’azione amministrativa è un grande fattore di trasparenza che è necessario rilanciare con strumenti nuovi. Le tecnologie ICT offrono l’occasione per un nuovo “patto di fiducia� che faccia del rapporto tra Amministrazioni e cittadini un percorso “ a due vie�, attraverso prassi di democrazia elettronica (e-democracy) che si stanno sperimentando nella aree più avanzate del paese. Consultazioni telematiche sulle scelte strategiche, newsgroup, forum di discussione, dialogo diretto con organi politici, sondaggi a monte e a valle (customer satisfaction) dell’azione amministrativa: la rete offre molti strumenti aggiuntivi per accentuare il protagonismo e il senso comunitario delle persone.
Si tratta di selezionare i progetti senza disperdere le risorse in direzioni non praticabili, come nel caso del voto elettronico, che, allo stato, non offre sufficienti garanzie di sicurezza e trasparenza.
§ Controllo dei conti pubblici. L’opacità dei conti pubblici è una delle maggiori criticità di sistema del nostro paese. Mentre sul fronte delle entrate il progetto del “Fisco on line�, realizzato dai governi dell’Ulivo, ci vede all’avanguardia in Europa, l’architettura dei sistemi che dovrebbero garantire il controllo della spesa sembra non essere stata sfiorata dalla rivoluzione ICT. Ragioneria dello Stato, Banca d’Italia, Corte dei Conti forniscono numeri diversi, con scostamenti talora incomprensibili.
È urgente porre mano alla riforma digitale per la trasparenza dei conti pubblici. Questo significa:
§ costruire un sistema informatico unitario per la gestione della spesa pubblica che interconnette tutte le diverse Amministrazioni e che consente di conoscere le diverse fasi della spesa (stanziamenti, impegni, pagamenti, residui) ma anche - attraverso criteri standard di classificazione - di ottenere informazioni su acquisti, spese del personale, spesa per determinati settori, ecc.
§ accelerare, in accordo con le tesorerie, l’introduzione del mandato di pagamento elettronico per la sistematica rilevazione dei flussi di spesa;
Il sistema informativo unitario consente anche di accelerare l’adozione di criteri di contabilità economica per tutte le Amministrazioni pubbliche e di introdurre standard uniformi nella impostazione, nella redazione e nella gestione dei bilanci pubblici.
È una riforma fondamentale per un paese moderno e competitivo, con effetti enormi sull’efficacia del processo decisionale e sulla trasparenza amministrativa.
Le applicazioni al 2011 non hanno bisogno di essere esemplificate.
Basti pensare alla possibilità di effettuare un benchmarking continuo sulla spesa pubblica, confrontando i vari ministeri e addirittura individuando un paniere di servizi di base comparabili fra loro: quanto costa un pasto alla scuola materna nelle varie città italiane? O lo smaltimento di un metro cubo di rifiuti, o un posto letto all’ospedale? Nell’Italia digitale si può verificare “in tempo reale�.
Un notevole effetto di trasparenza e di contenimento della spesa, ma anche di qualificazione del mercato, ci si può attendere dall’applicazione della riforma digitale al sistema degli appalti pubblici di lavori e forniture (e-procurement), uno dei tanti impegni del governo della destra di cui si sono perse le tracce.
Occorre raggiungere gli obiettivi del Piano di Azione per la diffusione dell’e-procurement correlato alla Direttiva 2004/18/CE, per avere entro il 2011 l’effettiva adozione degli strumenti telematici di acquisto, condividendo con le Regioni e gli Enti Locali standard tecnologici e modelli organizzativi, per consentire l’interoperabilità in rete e lo sviluppo di soluzioni locali.
5. L’ e-government per l’accesso ai servizi
Le riforme amministrative degli anni ’90 hanno cercato di affermare un nuovo rapporto fra Pubblica Amministrazione e cittadini, improntato al rispetto per le persone e alla cultura del servizio. Questo processo deve essere rilanciato con grande determinazione, indirizzando le politiche pubbliche verso alcuni obiettivi che appaiono prioritari, anche alla luce dell’evoluzione tecnologica.
L’accesso ai servizi pubblici in forma diretta e con modalità digitali è di per sé un fattore di qualità e di efficienza, ma è anche un nuovo diritto di cittadinanza.
Occorre un impegno straordinario, da condividere con le Regioni e gli Enti Locali, per favorire la realizzazione di servizi di pubblica utilità accessibili con modalità digitali e diffonderne l’uso da parte dei cittadini.
Per raggiungere questo obiettivo è necessario:
§ abbattere alcune barriere culturali moltiplicando le iniziative di alfabetizzazione digitale (soprattutto per le fasce a rischio di esclusione);
§ risolvere il problema dell’ identificazione per l’accesso ai servizi attraverso un unico strumento elettronico che offra adeguate garanzie di sicurezza; lasciare ai Comuni la piena titolarità della realizzazione dei servizi collegati;
§ rimuovere gli ostacoli che impediscono la diffusione dei sistemi di pagamento e di riscossione dei servizi pubblici;
§ implementare la diffusione delle piattaforme multicanale rese disponibili dalla convergenza digitale, per consentire l’accesso al maggior numero di persone non solo attraverso il computer, ma anche con gli altri media (m-government, t-government).
L’accesso ai servizi della PA attraverso una pluralità di canali è un obiettivo che non riguarda solo l’intermediazione diretta on line: se la PA è “in rete� i cittadini meno digitali possono recarsi presso i CAAF, i patronati, le associazioni di categoria o dal tabaccaio sotto casa. Ma è possibile proporci un obiettivo ancora più ambizioso: l’amministrazione che vogliamo può attivarsi autonomamente per svolgere gli adempimenti obbligatori senza far muovere le persone prevedendo gli “eventi della vita�.
L’ufficio pubblico ideale è quello di cui non si sente il bisogno.
Per quanto riguarda i contenuti dei servizi, i DS assegnano una fondamentale importanza alle prestazioni relative alla salute (e-health), attraverso un Progetto speciale di informatizzazione del sistema sanitario che coinvolga tutti gli attori, pubblici e privati ( medici di base, ASL, farmacie, poliambulatori e laboratori di analisi, centri di prevenzione, organi di direzione regionale e di programmazione nazionale, come il Ministero della salute e l’ Istituto superiore di sanità , ecc..). La politica di e-Health definita a livello europeo mette il paziente al centro di un continuo processo di cura (e-Care) attraverso la telemedicina: ci sono molte best practice nelle Regioni italiane, che possono evolvere verso un compiuto disegno di innovazione sociale.
In una società che invecchia e che ha sempre più bisogno di qualificare la spesa pubblica verso i servizi sanitari e di cura, la leva tecnologica può introdurre la discontinuità necessaria per corrispondere in positivo alle esigenze di contenimento dei costi espandendo e qualificando le risposte.
6. Politiche industriali: le PMI e l’industria del software
Nel più generale deficit di innovazione che penalizza il sistema delle piccole imprese manifatturiere italiane, l’analfabetismo digitale è un vero e proprio fattore di declino.
Secondo i dati Assinform, meno del 20% della spesa totale IT è concentrata presso le piccole imprese, al di sotto dei 50 dipendenti, che sono circa 4 milioni e rappresentano il 99,5% dell’intero sistema produttivo italiano; la media degli investimenti IT di queste imprese nel 2004 è stata di 1.500 euro l’anno, appena il costo di un computer!
Perdurando questa tendenza, si calcola che circa un milione e mezzo di piccole imprese, con alcuni milioni di dipendenti, possano rimanere escluse dalle opportunità della net-economy, con ricadute negative per l’intero comparto manifatturiero e anche sul comparto ICT.
Le cause sono in parte legate al difficile ciclo economico, che ha fiaccato la capacità di investimento delle piccole imprese e sta mettendo in crisi parecchi distretti industriali, in particolare nei comparti del Made in Italy. A ciò si aggiunga il fattore culturale: intervistati dai ricercatori della Bocconi, molti piccoli imprenditori affermano di non vedere nelle nuove tecnologie alcuna utilità per la loro impresa.
Anche senza pretendere dalle soluzioni ICT la risposta miracolosa a tutti i problemi della piccola impresa, non sfuggono i possibili vantaggi verso la riorganizzazione dei processi produttivi, le iniziative di internazionalizzazione, il miglioramento della qualità del marketing e della distribuzione, l’integrazione delle filiere, una maggiore cooperazione all’interno dei distretti industriali.
Non è possibile pensare che un’ inversione di tendenza possa avvenire con le sole forze delle piccole imprese e senza solide politiche industriali, che immettano risorse e intelligenza digitale nel sistema.
La nostra idea, depositata in un’organica proposta di legge, è che si debba muoversi in due direzioni:
§ utilizzare lo strumento del credito d’imposta, per spingere le piccole imprese ad investire nell’innovazione aggregandosi fra loro, anche all’interno del medesimo distretto industriale;
§ ridurre del 30% per i primi due anni gli oneri contributivi per le assunzioni di personale specializzato;
§ favorire l’immissione, anche temporanea, nelle PMI, di giovani ricercatori tempo determinato, che possano immettere cultura tecnologica facendo da “facilitatori dell’innovazione�. In questo modo si possono incentivare le imprese ad inglobare il sapere digitale per partecipare ai bandi europei e nazionali e per applicare le tecnologie ai processi produttivi e alle strategie d’impresa. E’ un processo complementare allo spin-off, che potremmo chiamare di “spin-in�.
L’Italia è un paese che consuma tecnologie prodotte da altri, ma non le produce, se non in minima parte. Anche nel mercato dei servizi informatici, esiste sempre più il rischio di una “colonizzazione tecnologica�.
Il panorama delle imprese ICT impone una seria riflessione.
Nel comparto ICT l’Italia conta oltre 85.000 imprese, di cui circa l’85% nell’ Information Technology e il 71% nel solo segmento software e servizi. Si tratta per lo più di piccole e piccolissime imprese, con un turn over molto elevato, soprattutto nel Mezzogiorno.
Gli addetti del settore sono circa 600.000, gli addetti ai servizi informatici presso le aziende utenti sono circa 450.000: una forza lavoro complessiva di 1 milione di persone, pari al 5% del totale, che tuttavia gli andamenti del mercato interno non vedono in crescita, ma in sensibile diminuzione.
Secondo i dati Assinform, negli ultimi 12 mesi si assiste a una contrazione di addetti alle imprese IT che raggiunge il 10 %.
Alle difficoltà del contesto ha contribuito anche la disgregazione di grandi gruppi industriali, primo fra tutti Telecom Italia Information Technology (IT Telecom), che fino a pochi anni fa era la più grande azienda italiana di servizi I.T. (12 mila dipendenti; 2 miliardi di euro di fatturato nel 2001).
Per dare nuovo slancio al settore è importante liberare il mercato da tutti i vincoli alla concorrenza, anche aprendo una riflessione sulla tendenza a costituire società pubbliche o a prevalente capitale pubblico in molte aree del paese.
Inoltre, siamo da tempo convinti che serva una politica industriale per far crescere l’industria italiana del software.
E’ vero che molti treni sono passati (ad esempio l’Olivetti), ma il dinamismo del mercato è tale che ogni giorno ne possono partire di nuovi, soprattutto nella produzione del software.
Per questo occorre uscire da una visione del software unicamente come commodity per migliorare i processi o tutt’al più per i prodotti nelle telecomunicazioni. Non c’è un settore dell’industria italiana che, per tornare ad essere competitivo, non abbia bisogno di prodotti “intelligenti�: dalla sicurezza alla logistica, dall’agroalimentare alle macchine utensili, dai giochi agli elettrodomestici.
Un’industria italiana del software potrebbe fornire l’intelligenza necessaria al rilancio di molti altri settori.
Le politiche pubbliche devono essere indirizzate verso:
§ la crescita dimensionale delle imprese ICT e ICT-based;
§ la capitalizzazione delle imprese ICT attraverso la leva fiscale, la riqualificazione del credito e la finanza innovativa;
§ la nascita di nuove imprese (start up) ICT orientate ai prodotti e non solo ai servizi;
§ la valorizzazione delle eccellenze nel settore ICT sul fronte della ricerca e dell’alta formazione.
Troppe risorse pubbliche sono state sprecate per sostenere la domanda (sconti sui PC, decoder, ecc…), incoraggiando una tendenza consumistica che ha solo aumentato le importazioni. Occorre invertire la tendenza, con politiche capaci di sostenere l’offerta di prodotti innovativi che incrementino davvero la competitività .
7. Politiche territoriali: l’ICT per lo sviluppo del Mezzogiorno
L’incontro fra due mondi di competenze, il sapere diffuso delle piccole imprese e dei distretti industriali con il sapere specialistico della ricerca e dell’innovazione tecnologica, deve essere l’assillo dei gruppi dirigenti di questo paese. Un obiettivo che, come dimostrano i casi di eccellenza, si realizza in modo efficace nella dimensione locale, trovando nelle istituzioni pubbliche una insostituibile regia.
In particolare, per favorire lo sviluppo ICT delle piccole imprese, occorre creare un ambiente favorevole alla nascita di nuovi servizi informatici, l’adozione di standard di interoperabilità tecnologica, la formazione di competenze, la condivisione di infrastrutture comuni (Portali territoriali, incubatori tecnologici, ecc…) fra associazioni di categoria, istituzioni, università o centri di ricerca. È quello che la Commissione Europea (www.digital-ecosystems.org) chiama “Ecosistema digitale localeâ€?, un progetto su cui tante Amministrazioni si stanno misurando concretamente e che deve essere esportato, in particolare nel Mezzogiorno, secondo un modello a rete.
Il Mezzogiorno è una priorità anche per le politiche di innovazione ICT, che possono diventare uno dei punti di forza per lo sviluppo.
Le iniziative del CNR in Basilicata, l’esperienza STMicroelectronics a Catania, il polo tecnologico di Cosenza, il centro satellitare di Benevento sono alcune punte avanzate di un possibile disegno che aiuti il Mezzogiorno nella transizione verso la Società della Conoscenza.
In particolare occorre:
§ contrastare l’esclusione del Mezzogiorno dalle infrastrutture di banda larga, attraverso coerenti politiche di cofinanziamento e di incentivazione all’aggregazione della domanda;
§ utilizzare gli investimenti pubblici e i finanziamenti UE per sostenere spin off universitari nel settore ICT, promuovendo il rapporto con le reti già esistenti a livello europeo;
§ favorire il radicamento di Poli di eccellenza nella ricerca sulle tecnologie della Rete e del software in particolare.
8. La convergenza digitale: uscire dal conflitto di interessi
La convergenza dei nuovi media su un’unica piattaforma digitale rappresenta un salto nel processo di innovazione tecnologica che era inimmaginabile fino a pochi anni fa. Information Technology e Telecomunicazioni diventano un unico grande mondo interattivo di cui il nostro paese deve cogliere le straordinarie opportunità economiche e sociali.
E deve farlo in un quadro di straordinario dinamismo del mercato, a cui l’evoluzione tecnologica imprime svolte inattese (tvMobile).
Non vogliamo mettere in discussione radicalmente la scelta della televisione digitale terrestre, ma bisogna accompagnarla con una grande capacità di adeguamento delle policy, uscendo dall’enorme vincolo rappresentato dal conflitto di interessi e favorendo un contesto di piena e aperta concorrenza fra le soluzioni tecnologiche e fra i soggetti imprenditoriali.
La storia dei decoder
A fronte di una costante riduzione degli investimenti su tutte le altre voci riferite all’innovazione, il governo ha investito 120 milioni di euro nel 2004, 110 milioni di euro nel 2005 e 10 milioni di euro nel 2006 (in totale 500 miliardi di vecchie lire) sui decoder - che peraltro, secondo gli esperti, diventeranno rapidamente obsoleti - con l’unico scopo visibile di offrire un puntello tecnologico alla legge Gasparri, facendo finta di aprire alla concorrenza mentre si rafforzava il duopolio.
E’ bene ricordare che i decoder che lo Stato regala alle famiglie senza alcun limite di reddito sono commercializzati in Italia, fra gli altri, da una società di proprietà del fratello del premier, e, poiché la produzione di contenuti digitali è ancora irrilevante, i decoder servono soltanto per vedere le partite di calcio. Inoltre, poiché Mediaset si è aggiudicata i diritti del calcio, si potrebbe sintetizzare dicendo che il governo guidato da Berlusconi regala i decoder di Berlusconi per vedere le reti televisive di Berlusconi con gli spot che le imprese italiane pagano a Berlusconi. Si ha quasi pudore ad evidenziare questi fatti.
La situazione in cui il futuro governo si troverà ad operare è già molto compromessa: anche le frequenze digitali sono per oltre l’80% dei due monopolisti, RAI e Mediaset, il che non consente molte speranze per l’evoluzione del mercato in un settore trainante per l’innovazione e cruciale per il pluralismo dell’informazione. Si attende al più presto un pronunciamento delle Autorità Antitrust e delle Comunicazioni.
Intanto è stata rinviata al 2008 la cessazione (switch off) della televisione analogica e il passaggio completo al digitale terrestre; dopo questa data si libereranno le frequenze analogiche, che potrebbero rappresentare una grande opportunità per lo sviluppo dei nuovi servizi avanzati della società dell’informazione, ma non si vede nessuna politica industriale in questo senso.
Altri paesi (ad esempio gli USA) stanno discutendo leggi per far incassare allo Stato il “digital dividend�, cioè il dividendo che arriverà dalla vendita all’asta delle frequenze risparmiate grazie alla nuova tv digitale.
L’abrogazione della legge Gasparri dovrà essere accompagnata da adeguati interventi sulle conseguenze che ha prodotto.
Per quanto attiene al progetto della televisione digitale terrestre, riteniamo indispensabile:
§ Realizzare il “Catasto delle frequenze digitali�: un censimento per capire quante sono utilizzate, chi le utilizza, con quali interferenze e sprechi, che valore hanno sul mercato, cosa comporterà la transizione per la possibilità di sviluppare i nuovi servizi avanzati e per assicurare allo Stato il dividendo di questo bene pubblico;
§ Redigere un nuovo Piano delle frequenze digitali, alla luce dell’evoluzione del mercato e a tutela della concorrenza, anche a seguito dei pronunciamenti delle Autorità competenti;
§ Promuovere la creazione di contenuti digitali per l’erogazione di servizi pubblici attraverso la tv interattiva (T-government) e sostenere lo sviluppo dell’industria italiana dei contenuti per i programmi culturali e di intrattenimento;
§ valutare attentamente le conseguenze dello switch off sui bilanci delle famiglie italiane anche alla luce delle tecnologie emergenti.
9. L’ Open Source: una scelta a favore dello sviluppo e del capitale umano
L’interesse che si è venuto a manifestare sul tema dell’Open Source Software (OSS) in questi ultimi anni è notevole. Il mercato dei servizi su queste modalità di sviluppo sta concretamente diventando competitivo rispetto ai prodotti tradizionali, mentre le competenze professionali e tecnologiche che vengono sviluppate su quest’area stanno sempre più uscendo dal confine dei paesi tradizionalmente leader nella tecnologia per arrivare all’Europa, ai paesi emergenti, all’est europeo. Grandi imprese internazionali stanno mettendo a disposizione della comunità Open Source decine di brevetti, nella consapevolezza che solo in questo modo si può sviluppare adeguatamente il mercato.
L’Unione Europea, fino dal documento eEurope del giugno 2000, ha dato un chiaro indirizzo verso l’utilizzo del software OS, a partire dalla Pubblica Amministrazione e nel 2003 la Commissione Europea ha incoraggiato esplicitamente l’uso dell’ OSS.
Molti paesi europei, dalla Spagna alla Germania, dalla Francia al Regno Unito, stanno investendo in modo consistente sull’OSS non solo per sfruttare tecnologie che non determinino dipendenza dai costi di licenza, ma soprattutto perché considerano l’Open Source una grande opportunità strategica per il paese. È importante, tuttavia, che in questo ambito si esca da un approccio semplicemente ideologico, ponendo al centro lo sviluppo del sistema e del capitale umano.
L’OSS può essere l’occasione per sviluppare un mercato nazionale del software valorizzando il know-how dei nostri professionisti.
Il vantaggio fondamentale dell’utilizzo dell’OSS, da parte di un paese che vuole aumentare la propria competitività , non è la semplice riduzione dei costi, ma il trasferimento delle risorse dalle licenze d’uso allo sviluppo delle competenze, che è un tema centrale nella società della conoscenza.
Per questo, sia pure nel rispetto della neutralità tecnologica, occorre:
§ considerare l’approccio OSS come fattore premiante nelle gare pubbliche e nei progetti di e-government.
§ favorire l’adozione di tecnologie OSS nelle grandi reti pubbliche (scuola, università , ricerca).
È necessario che anche in questo settore, l’Italia dia un contributo più rilevante al dibattito in sede internazionale, in linea con le posizioni prese dal gruppo dei socialisti europei sulla brevettabilità del software.
10. Chi governa l’innovazione: un nuovo assetto istituzionale
Uno dei motivi del fallimento della destra risiede nella mancanza di una regia complessiva e nell’incapacità di coordinamento fra gli attori istituzionali.
La nomina di un Ministro per l’Innovazione tecnologica, che aveva suscitato molte attese, si è rivelata un fattore di criticità . Troppe risorse sono andate perdute in interventi non prioritari e divergenti fra loro, senza una visione di sistema.
Qualunque sia l’assetto politico che verrà prescelto (Vice-premier con delega per l’innovazione, Ministro per la competitività , Sottosegretario con una forte delega del presidente del Consiglio, Comitato interministeriale per l’innovazione,…), è fondamentale un forte ruolo di guida del progetto, che ne assicuri la trasversalità e garantisca continuità agli investimenti.
La missione dell’innovazione tecnologica deve essere un’opzione strategica, capace di riorientare tutte le politiche di settore, secondo i migliori esempi di successo (es.“Reinventing Government� dell’amministrazione democratica americana).
Un moderno assetto istituzionale deve garantire un compiuto “Federalismo digitale�, che valorizzi pienamente il ruolo del sistema delle autonomie. Occorre trovare una sede per la cooperazione e la condivisione delle decisioni che sia davvero funzionale allo sviluppo di un programma nazionale per l’innovazione. Le Regioni e gli Enti Locali, attualmente coinvolti nel Tavolo Congiunto Permanente presso il CNIPA, non possono limitarsi a trovare un interlocutore tecnico, ma devono costantemente dialogare con il Ministro per la Funzione Pubblica, che insieme a loro definisce gli obiettivi dell’innovazione amministrativa, che le tecnologie hanno il compito di tradurre in processi e servizi innovativi, secondo soluzioni operative coerenti e coordinate.
Il problema di fondo è consentire ai Comuni, sopratutto ai piccoli Comuni, di poter usufruire delle competenze e delle risorse necessarie.
Il progetto dei Centri di Servizio Territoriale ha creato molte aspettative, ma rischia di rimanere una scatola vuota. Occorre utilizzare le competenze già ampiamente disponibili nelle strutture regionali e nazionali di settore ed escludere dal Patto di stabilità interno gli investimenti degli Enti Locali sui progetti innovativi ritenuti strategici nel programma nazionale concordato.
Per quanto riguarda l’architettura operativa a livello nazionale, occorre razionalizzare l’attuale situazione, che da un lato vede una sovrapposizione di competenze e di funzioni fra troppi soggetti (Dipartimento per l’Innovazione, CNIPA, Sogei, Consip, Innovazione Italia, Infratel), dall’altro una commistione di ruoli potenzialmente conflittuali fra loro in capo ai medesimi soggetti.
Questa confusione non offre sufficienti garanzie di rispetto della concorrenza sul mercato dei fornitori di ICT e della trasparenza dei contratti e delle politiche di outsourcing.
Occorre riorganizzare il sistema a partire da una più attenta divisione dei ruoli e delle funzioni per impostare grandi progetti pubblici unitari e perseguire economie di scala che consentano di liberare risorse per ulteriori investimenti in innovazione.
La cooperazione paritetica fra Stato, Regioni ed Enti Locali è condizione necessaria, ma non sufficiente ad assicurare un governo condiviso delle politiche di innovazione tecnologica, che coinvolgono molti altri attori fondamentali: scuola, università , ricerca, mondo delle imprese, rappresentanti dei lavoratori, associazioni di utenti.
Il governo dell’Ulivo aveva saputo interpretare questa esigenza istituendo il Forum per la società dell’informazione.
Occorre ricostituire al più presto una sede di confronto aperta, con compiti di monitoraggio e di scambio di esperienze in tutti gli ambiti della società dell’informazione: un “Forum per la cittadinanza digitale� che possa valorizzare, in una grande Agorà nazionale, il contributo delle Pubbliche Amministrazioni, degli operatori economici e degli utenti.
Non si può governare la rete senza assumere il modello di lavoro della rete.
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