Meritocrazia o furbocrazia?

Un giovane brillante che conosco è appena tornato da Washington, dove ha frequentato un corso di specializzazione in economia. Mi racconta che già al primo esame, pochi giorni dopo il suo arrivo, ha capito di trovarsi in un mondo alieno: la classe aveva un’ora di tempo per completare un difficile test di statistica, non c’erano professori o tutor a sorvegliare, ognuno aveva il suo orologio davanti e non volava una mosca. Non sarebbe stato concepibile mettersi a copiare o chiedere consiglio al vicino di banco, consultare gli appunti nascosti chissadove o usare il telefonino per chiedere lumi all’esterno. Il rischio è l’espulsione, ma sopratutto è considerato un comportamento antisociale, che  viene immediatamente denunciato dagli altri e comporta l’isolamento.

Non è solo una differenza fra sistemi scolastici. E’ un profondo divario culturale ed etico, che investe il rispetto delle regole e la responsabilità individuale.

Nella società anglosassone l’errore non viene subito perdonato, ma si paga. Da noi i giornalisti parlano di perdono anche ai parenti delle vittime di omicidio.

Nella società anglosassone solidarietà significa una solida rete di iniziative private contro la povertà, non significa aiutarsi l’un l’altro a fregare lo stato.

A Londra  il giardino del quartiere viene curato a turno dai pensionati che vi risiedono e  molti servizi della scuola vengono svolti  dai genitori degli allievi o dagli allievi stessi. I privati si associano allo stato nella gestione dei servizi pubblici. E’ questa fiducia reciproca fra lo stato e il cittadino che consente ai britannici di girare senza la carta di identità. Al contrario gli italiani devono avere un tesserino anche per andare a raccogliere gli asparagi.

In Italia la solidarietà talvolta diventa complicità. Nelle grandi e nelle piccole cose. Quando chiedo al tassista romano di farmi la ricevuta, lui guarda il tassametro e poi si rivolge a me con aria complice: “sarebbe 9 euro, ma glielo lascio in bianco”. Come dire: non so chi devi fregare, ma io ti aiuto a farlo.

Come si fa a passare dalla furbocrazia alla meritocrazia? Mi sembra un compito immane.

Quando hanno intervistato i giovani studenti sulla “parentopoli” universitaria di Bari, non ce n’era uno che non fosse indignato. Ma alla domanda “tu lo faresti”? la maggior parte rispondeva “magari potessi”.

Anche la discussione sulla lealtà fiscale talora prende questa piega: la maggior parte si indignano non perchè c’è un’enorme evasione, ma perchè loro non possono evadere.

Sto leggendo il libro di Roger Abravanel “Meritocrazia” e ho appena finito “La deriva” di Stella e Rizzo. Chi si occupa di politica in questo paese deve avere l’assillo della riforma culturale ed etica, che è il presupposto per tutte le altre.

 

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